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Studi

 

I.1.1 – Le origini.

I.1.2 – Ettore Sconocchia primo bibliotecario della BCT. Il problema documentario.

I.1.3 – Il primo catalogo degli incunaboli. Problematiche connesse alla sua interpretazione.

I.1.4 – La questione degli esemplari venduti.

I.1.5 – Le edizioni vendute: analisi delle citazioni lasciate dallo Sconocchia.

I.1.6 – Il dopo Sconocchia e l'arrivo del Manfren.

I.1.7 – I due cataloghi del Manfren e quello della Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio.

I.1.8 – Conservazione degli incunaboli al tempo del Manfren ed il trasloco a Palazzo Carrara.

I.1.9 –  Il catalogo di Camillo Scaccia Scarafoni e la seconda guerra mondiale.

I.1.10 – Dalla seconda guerra mondiale al terzo millennio.

I.2.1 – La consistenza.

I.2.2 – Le provenienze.

I.2.3 – Valutazioni.

 

 

I.1.1 – Le origini.

 

Nel 1867 il Comune di Terni inoltra domanda al Ministero dell'Istruzione Pubblica del nascente Regno d'Italia, «affinché fossero incamerate dal Comune le collezioni librarie delle corporazioni religiose soppresse nel Ternano, come disposto dall' art. 1 del Regio Decr. 4 aprile 1862 e dal successivo Regio Decr. 7 luglio 1866, art. 24»[1].  Quest'ultimo decreto, in particolare, dando esecuzione alla legge 28 giugno 1866, per la quale le corporazioni religiose non venivano riconosciute dal nuovo Regno ed i loro beni destinati al pubblico servizio nelle rispettive provincie, avrebbe dato inizio a quel 'terremoto' che sconvolse il panorama bibliotecario italiano. La soppressione e la conseguente confisca dei beni era cominciata, praticamente, già dal 1860, con azioni a carattere locale operate dalle  amministrazioni di quei territori che mano a mano venivano annessi al Regno sabaudo risparmiando solamente le biblioteche più importanti per prestigio e nobiltà, come la Casanatenze o l'Angelica di Roma. «Biblioteche costituitesi attraverso secoli vennero d'un tratto svuotate; gli edifici, confiscati, furono adibiti a caserme, ospedali, lazzaretti; le collezioni, quando la sorte fu propizia, andarono ad incrementare la biblioteca pubblica già esistente sul posto, in casi meno fortunati vennero ripartite tra più biblioteche compresenti nel territorio, la maggior parte delle volte finirono miseramente ammassate in locali malsani, adibiti a magazzini di fortuna da Comuni che avrebbero fatto volentieri a meno di tanto ingombranti presenze. Dunque, le biblioteche di origine scomparvero; i volumi si deteriorarono; le raccolte, smembrate, persero la loro individualità; le biblioteche riceventi si trovarono costrette a far fronte ai nuovi massicci arrivi con doppie file negli scaffali, con pluralità di cataloghi, con serie distinte di inventari, penalizzate negli acquisti e nell'aggiornamento, confuse quanto alla loro fisionomia originaria e successiva»[2]. A Terni la situazione che si venne a creare non fu molto diversa, l'unica differenza era che in questa città, di fatto, non esisteva ancora una biblioteca di pubblica lettura. Della biblioteca, in realtà, si parlava già da tempo, esattamente da quando, «nel 1773, la biblioteca del cardinale Saverio Canale, per volontà testamentaria, fu trasportata dall'erede a Terni nel palazzo di famiglia»[3].  Nel 1805, il conte Saverio Canale, erede dell'illustre cardinale, cedeva tutta la libreria del defunto prozio, per la somma di duecento scudi, alla comunità ternana per l'allestimento di una biblioteca pubblica. L'incuria dei governanti che non seppero sfruttare l'occasione e prendere una decisione definitiva, fece fallire la contrattazione, dirottando quei preziosi volumi verso altri 'mercati'. Quarant'anni più tardi, nel 1845, forse per cercare di porre rimedio all'errore precedente, il consiglio comunale deliberava l'istituzione di una biblioteca pubblica con lo stanziamento  di 50 scudi annui per le spese d'incremento librario, l'acquisto di alcune collezioni private, l'assunzione di un bibliotecario e l'utilizzo di alcuni locali del Liceo Ginnasio. Tutti propositi destinati a rimanere sulla carta, visto che nel 1858 la biblioteca rimaneva  ancora un miraggio: «nonostante l'esistenza di un primo nucleo di volumi, costituitosi a seguito dell'acquisto di edizioni messe in vendita da eruditi ternani quali Luigi Nobili, professore di matematica, Luigi Capocci, professore di teologia, o Luigi Marchetti, professore di diritto, ed incrementatosi con donazioni come quella dell'illustre Ludovico Silvestri, la biblioteca non risulta mai aperta, nè si rinvengono deliberazioni in merito all'organizzazione di un servizio pubblico fino al 1867»[4]. Il 1867 risulta quindi decisivo per la realizzazione della biblioteca pubblica a Terni e decisiva risulta  l'occasione che viene offerta dall'autorizzazione ministeriale riguardo l'incameramento dei beni librari delle soppresse congregazioni religiose. La risposta affermativa alla domanda del Comune di Terni arrivò, in quello stesso anno, dal Ministero dell'Istruzione Pubblica attraverso il Sottoprefetto dell'Umbria. Il consiglio comunale, proprio al fine di poter incamerare tali beni, si impegnava a tener buon conto dei libri, a tenerli sempre in una biblioteca aperta al pubblico, ad assegnare a tale biblioteca un locale decente e a stanziare un assegno annuo perpetuo come spesa obbligatoria per l'incremento ed il mantenimento della biblioteca stessa. Il consiglio comunale «deliberò definitivamente l'istituzione della biblioteca pubblica e provvide ad aprire una specifica voce di bilancio per la gestione e l'ampiamento della nuova struttura, con uno stanziamento annuo di £. 1000»[5]. Inoltre elesse come sede della nuova biblioteca un locale del fabbricato di Santa Lucia, oggi scomparso insieme all'intero convento posto nei pressi del vicolo, ancor oggi denominato, di Santa Lucia. «Le collezioni confiscate non sarebbero, nel comune di Terni, rimaste a giacere inerti nei magazzini: sarebbero andate a dar vita ad una Biblioteca già concepita, ma fino a quella data ancora in gestazione»[6]. L'operazione di confisca dei beni, a Terni, era già cominciata qualche anno prima del 1867 e si protrasse fin oltre il 1870, riguardò tutti i conventi della città: San Francesco, Santa Maria delle Grazie, San Martino, San Pietro, San Valentino[7], ma anche Santa Maria dell'Oro, Santa Caterina, Santa Lucia ed altri furono tutti destinati a nuove funzioni, spesso spregevoli, umilianti, depredati nell'anima più profonda, spogliati, improvvisamente, di tutti quei valori e di tutti quegli oggetti d'arte e di cultura che nell'insieme rendevano questi luoghi inesauribili miniere di civiltà, specchio e memoria di secoli di storia. Furono, inoltre, incamerati dal comune di Terni i beni del convento dell'Eremita di Cesi, in quanto, non avendo dimostrato nessun interesse nei confronti di tali beni, il comune di Cesi aveva perduto ogni diritto su di essi. A nulla valsero i disperati e vigorosi tentativi delle corporazioni colpite dal provvedimento di soppressione: i Carmelitani Scalzi, i Minori Conventuali, i Minori Osservanti, gli Agostiniani, i Cappuccini, erano ormai tutti uniti nella stessa sventura, il loro destino ormai segnato come quello dei libri che per secoli avevano riempito le loro biblioteche e che, ora, stavano per fare il loro ingresso all'interno della nuova Biblioteca Comunale. E' proprio in questo momento che la stragrande maggioranza degli esemplari che andranno a costituire il fondo degli incunaboli entra nella Comunale, legando il proprio destino alle vicende che interesseranno e segneranno la vita della nascente biblioteca. Tutto era oramai pronto e la biblioteca Comunale di Terni poteva finalmente nascere da un nucleo librario ricco e prezioso e tale «da conferire un indubbio decoro ad una nascente Biblioteca pubblica comunale»[8]. 

 

 

I.1.2 – Ettore Sconocchia primo bibliotecario della BCT. Il problema documentario. 

 

La preoccupazione più grande del consiglio comunale, negli anni immediatamente successivi, non fu, però, quella dell'ordinamento e della sistemazione dell'ingente massa di libri che si era venuta ad accumulare nei locali scelti per la biblioteca per un'immediata apertura al pubblico, bensì quella di incrementare ulteriormente le raccolte. L'attivismo dimostrato nel 1867, che aveva fatto presagire un totale cambiamento di tendenza rispetto al passato circa la questione biblioteca, sembrava però già esaurito e ben presto antichi fantasmi e nuove nuvole cominceranno a stendersi sul destino dell'infante istituto, aumentando il rancore verso quel provvedimento di soppressione che tanti libri aveva sottratto ai luoghi dove per secoli erano stati conservati con amorevole e cosciente consapevolezza, in nome di un'utilità pubblica di cui la società ternana non aveva ancora potuto beneficiare. La scarsa disponibilità dei consiglieri verso le necessità della biblioteca si dimostrò, nuovamente, nel 1871, quando l'illustre medico Giuseppe Manforti proponeva al comune la vendita della sua biblioteca privata, ricca di opere di medicina e a carattere scientifico e che, quindi, sarebbe risultata d'indubbia utilità per la biblioteca, inadeguata in quel settore. Solamente dopo estenuanti e svogliate contrattazioni e solo grazie alla grande pazienza del Manforti si giunse ad un accordo, in base al quale si provvedeva ad incaricare un'apposita commissione che avrebbe dovuto preoccuparsi del trasferimento della libreria del Manforti. Per tale commissione vennero nominati: Stanislao Caraciotti, il conte Manassei e Cesare Magiari. Benchè una parte del consiglio comunale fosse favorevole ad un'apertura immediata della biblioteca, si credette più giusto e ragionevole procedere con la definitiva sistemazione del materiale librario sugli scaffali e la redazione dei cataloghi. Nel 1877 la biblioteca risultava ancora chiusa al pubblico, come testimonia Marcello Riveruzzi, bibliofilo ternano, in alcune lettere inviate al comune di Terni[9] con cui, non solo proponeva di donare gratuitamente l'intera sua collezione di libri, ma si proponeva, sempre gratuitamente, come custode della biblioteca, impegnandosi a lasciarla aperta qualche giorno alla settimana per la fruizione pubblica. Il comune rifiutò l'offerta perché la biblioteca non si trovava, ancora, nelle condizioni per poter essere aperta al pubblico.  Ben dieci anni erano trascorsi da quel 1867 e qualcuno, soprattutto tramite i giornali locali, cominciava a chiedersi che fine avessero fatto tutti i volumi incamerati. Le stime del tempo erano concordi nell'affermare che la Biblioteca Comunale possedesse più di 5000 volumi a stampa ed un numero imprecisato di manoscritti; si cominciava a temere per la loro stessa conservazione e c'era chi l'immaginava dimenticati «nei loro polverosi scaffali, pasto dei topi e delle tigne»[10]. «Le voci di protesta, nel quinquennio successivo, si levarono da più parti: riviste, cittadinanza, prefetto lamentavano la stasi del progetto Biblioteca e chiedevano interventi decisivi»[11]. Solamente nel 1883 il consiglio comunale si riuniva per discutere dell'argomento biblioteca, ma le soluzioni individuate non trovarono ancora riscontri pratici e solamente l'anno successivo si approdò ad una soluzione concreta e definitiva. Con voto unanime, nel gennaio del 1884, il consiglio comunale assegnava ad Ettore Sconocchia, «cittadino ternano di vasta cultura, storico, archeologo, numismatico e paleografo»[12], l'incarico di bibliotecario e di conservatore dell'archivio storico del comune. Finalmente, con un ritardo di quasi venti anni, l'amministrazione comunale riusciva ad uniformarsi con quanto pattuito, in quel 1867, con il Ministero della Pubblica Istruzione. Sebbene lo Sconocchia avesse immediatamente cominciato la propria attività, che egli protrasse con lodevole impegno e dedizione fino al 1909, anno della sua morte, la biblioteca riuscì ad aprire al pubblico solo l'anno successivo ed esattemente il primo marzo del 1885. Il lavoro che spettava allo Sconocchia era veramente grande ed il bibliotecario non poteva di certo contare sull'aiuto  dell'amministrazione, la quale continuava a dimostrare il solito disinteresse e la solita indifferenza nei confronti della biblioteca. Fin dall'inizio, quindi, lo Sconocchia si trovò ad affrontare ed a scontrarsi continuamente con quest'atteggiamento dell'amministrazione «incline a differire ogni istanza culturale ad un indeterminato futuro»[13]. Il cospicuo carteggio tra il bibliotecario e l'amministrazione costituisce una testimonianza inequivocabile di questo scontro e numerose sono le lettere in cui lo Sconocchia lascia trasparire tutta la passione che lo animava e che dedicava alla sua attività: «accanto a segnalazioni come quelle in merito alla ripulitura delle finestre o all'allontanamento dei gatti che penetravano attraverso i tubi delle stufe, nei suoi ricchi carteggi con il sindaco si trovano affrontati con trasporto emotivo e rigore professionale temi assai delicati, dalla difesa della indipendenza della biblioteca Comunale di fronte al pericolo della fusione con la biblioteca dell'Istituto Tecnico, fino agli argomenti economici»[14]. E' proprio dallo Sconocchia che ci vengono fornite le prime informazioni sugli incunaboli presenti nella BCT. Egli fu infatti il primo a redigere un catalogo di questi esemplari: il primo ed unico documento che può attestare la composizione e la consistenza del fondo non solo all'indomani dell'apertura della biblioteca, ma anche dopo il 'terremoto' provocato dal provvedimento di soppressione delle antiche corporazioni religiose e conseguente confisca dei loro beni. Questo documento, quindi, assume un'importanza enorme, fondamentale, capace di gettare una luce intensa su un passato povero di testimonianze e documenti e, perciò, molto difficile da ricostruire. Molto ancora c'è da studiare e da  ricercare, ma documenti quali antichi cataloghi o inventari relativi alle antiche librerie delle soppresse congregazioni religiose o redatti in occasione della confisca dei beni nel momento, cioè, del passaggio di proprietà al comune, sembrerebbero scomparsi senza lasciare nemmeno la più flebile traccia, inghiottiti dall'ingiuria a cui anche molti dei conventi di provenienza furono abbandonati. Abbiamo più volte denunciato l'insensibilità dimostrata, in più occasioni,  dall'amministrazione comunale nei confronti della biblioteca e, più in generale, verso la cultura stessa, forse questa constatazione non può bastare, da sola, a giustificare un simile vuoto documentario, ma siamo estremamente convinti che un simile atteggiamento non abbia, di certo, incoraggiato o favorito lo sviluppo di una sensibilità tale da poter generare la giusta attenzione verso queste problematiche, in un contesto sociale che si andava sempre più palesemente ad incanalare nella direzione della massificazione industriale. Come si può giustificare la scelta di affidare il trasloco dell'archivio comunale all'accalappiacani  e a sua moglie, i quali furono visti  «lanciare dagli scaffali e ad accatastare con mal garbo su un carretto i volumi»[15], senza che nessuno sorvegliasse quell'importante trasloco? Avremo modo di tornare sull'argomento, anche perché la questione dei documenti è una ferita dolorosissima! Infatti il già citato catalogo dello Sconocchia è arrivato fino a noi solo ed esclusivamente perché l'autore pensò bene di affidarlo alla stampa.

 

 

I.1.3 – Il primo catalogo degli incunaboli. Problematiche connesse alla sua interpretazione.

 

Fu proprio L'Unione Liberale, la testata locale che da sempre aveva dimostrato un vivo interesse verso le vicende della biblioteca ad accogliere il lavoro dello Sconocchia[16]. Da come si legge nella breve introduzione al catalogo stesso, lo Sconocchia afferma che: «Coteste edizioni provengono dalle librerie delle soppresse Corporazioni religiose e nessuno prima di me ne ha fatto il Catalogo. Io le ho separate dalle altre dei secoli che seguirono, tra le quali molte erano confuse, ed il rimanente non era ancora provvisto di scheda, perciò non se ne conoscevano i titoli. Adesso trovansi riunite e collocate in uno scaffale chiuso a chiave, dove conservo i manoscritti ancora: intanto ecco il catalogo (ristretto) degli Incunaboli [...]»[17]. Questo breve brano ci può far capire  diverse cose. Innanzi tutto, ci dice che gli incunaboli si trovavano praticamente confusi tra tutti gli altri libri, lo Sconocchia fu quindi il primo a separarli, riponendoli in uno scaffale apposito insieme ai manoscritti. Da come vedremo in seguito, allo Sconocchia sfuggirono, però, diversi esemplari, che rimasero confusi con gli altri libri per altro tempo ancora. Rinvenimenti di incunaboli saranno segnalati  più di quarant'anni dopo, nel 1935, dallo Scaccia Scarafoni, il quale testimonia di aver recuperato altri esemplari. Il brano continua con altre interessanti informazioni. Lo Sconocchia ci dice che il catalogo a stampa è una versione 'ristretta', presumibilmente, di un catalogo ben più sviluppato e completo. E' logico pensare che lo Sconocchia avesse, in precedenza, realizzato un catalogo manoscritto, da cui, poi, avrebbe tratto la versione 'ristretta' affidata alla stampa. Il fatto è che di questo presunto catalogo manoscritto non esiste traccia alcuna nè in biblioteca, nè tantomeno nell'archivio comunale dove diversi documenti dello Sconocchia sono conservati. Eppure poter disporre di questo catalogo manoscritto sarebbe importantissimo. Infatti, lo Sconocchia, nel catalogo a stampa giunto fino a noi, andava ad offrire delle citazioni, quindi, delle descrizioni veramente sintetiche: autore dell'opera, titolo dell'opera, luogo di stampa, anno di stampa. Manca quindi ogni riferimento al tipografo o editore ed inoltre non sono riportate le collocazioni degli esemplari. A tutti gli effetti, il documento dello Sconocchia non potrebbe nemmeno essere considerato un catalogo. A noi contemporanei potrebbe dare l'impressione di una lista disordinata e confusa di libri, priva di qualsiasi ordinamento e di qualsiasi organizzazione interna, realizzato in assenza di qualsiasi criterio bibliografico. A volte, il catalogatore sembra descrivere edizioni di opere, come sarebbe giusto che sia, ma altre volte sembra invece descrivere le opere e trattarle come se fossero edizioni. Il documento è quindi pieno di imprecisioni ed inoltre, lo Sconocchia dimostra, in molti casi, anche una certa approssimazione e superficialità nel controllare i volumi, quando non si accorge che in questi sono rilegati più esemplari: ne consegue la creazione di veri e propri fantasmi bibliografici, citazioni che riportano i dati rilevati dagli incipit dell'esemplare posto all'inizio del volume e completate con riferimenti tratti dai colophon degli esemplari posti in fondo al volume stesso. E' evidente che lo Sconocchia lavorò senza l'ausilio di nessun repertorio bibliografico. Infine dobbiamo far notare che altri errori di trascrizione potrebbero essere intervenuti nel momento in cui il documento è passato alla stampa. Un semplice errore nel trascrivere l'ultima cifra di un anno di stampa può bastare a trasformare un'edizione in un altra ed indurre in errore chi cerca di recuperare informazioni da un simile documento. E' soprattutto per questo motivo che l'indicazione del tipografo o dell'editore sarebbe potuta risultare determinante ai fini dell'esatta individuazione di alcune edizioni, oggi scomparse. E' quindi evidente l'importanza che avrebbe assunto una versione completa del, presunto,  catalogo manoscritto. Come già detto possiamo sapere del passaggio di alcuni esemplari all'interno della BCT solo da questo catalogo, a stampa, dello Sconocchia, ma proprio la sinteticità delle descrizioni e le varie inesattezze riscontrate al suo interno rendono spesso  necessaria una ponderata interpretazione dei dati. Visto che, oltretutto, le citazioni del catalogo sono state stampate una di seguito all'altra, senza separazione alcuna, su un'unica colonna, anche la leggibilità stessa risulta difficoltosa. Si è quindi resa necessaria una trascrizione del catalogo, che viene riportata in Appendice a questo lavoro. Si è pensato di non sconvolgere affatto l'ordinamento originario, lo Sconocchia ha, probabilmente, riportato le citazioni relative agli esemplari secondo l'ordine con cui questi, man mano, gli passavano davanti, fatta eccezione, solo, per le opere di alcuni autori (come Ioannes Duns Scotus o Walter Burley) che, con ogni probabilità, erano già state raggruppate insieme, visto che vengono riportate una di seguito all'altra. Ad ogni citazione abbiamo assegnato un numero progressivo per poter, più agevolmente, fare riferimento ad ognuna di esse, alcuni segni grafici (croci) inseriti a segnalare la mancanza di qualche dato sono state omesse, lasciando dei semplici spazi vuoti. Infine, per aumentare la comprensione, gli 'Item' usati dallo Sconocchia per non ripetere nomi o titoli già citati sono stati sciolti, inserendo, però, i nostri interventi tra parentesi quadre. L'analisi del catalogo, unitamente a quella effettuata sugli esemplari ancor oggi presenti nel fondo, ci aiuta a formulare altre importanti deduzioni. Il catalogo dello Sconocchia è datato 1888, quindi fu realizzato solo tre anni dopo l'apertura al pubblico della biblioteca, a quattro anni di distanza dall'inizio dell'attività del bibliotecario, attività che si protrarrà fino al 1909. Come già detto, nel catalogo a noi pervenuto lo Sconocchia non fornisce le collocazioni degli esemplari e, di queste, sono pochissime quelle che, rilevate direttamente dagli esemplari, possono essere attribuite senza dubbi al primo bibliotecario (sono sicuramente sue solo quelle completate dalle iniziali del suo nome: E[ttore] S[conocchia]) della Comunale. E' stato appurato che alcuni esemplari riportano la collocazione dello Sconocchia, ma non sono presenti nel catalogo. E' logico pensare che negli anni successivi al 1888, quindi, lo Sconocchia abbia ritrovato, nella confusione della biblioteca, altri esemplari del XV secolo; secondo i nostri calcoli, dovevano essere circa 116 edizioni (per un totale di ca. 130[18] esemplari), contenute in non meno di 94 o 95 volumi. I dati forniti dallo Sconocchia, sempre nella breve premessa al suo catalogo a stampa, fissano  il numero degli incunaboli a «centodiciannove, compresi tutti in volumi novantuno»[19]. Mentre il numero dei volumi può risultare attendibile, è da considerare del tutto erroneo, a causa degli errori commessi dallo Sconocchia ed evidenziati nel catalogo, il riferimento agli esemplari. Anche perché le citazioni contenute nel catalogo sono in tutto 127 (secondo la nostra ricostruzione) e, quindi, non è per niente chiaro cosa, lo Sconocchia, avesse contato: opere, edizioni o cos'altro ancora? Nonostante questi riferimenti numerici, la cosa importante da notare è che, comunque, durante la sua attività, lo Sconocchia, non era riuscito a riportare alla luce tutti gli incunaboli, che sicuramente continuavano a restare confusi con tutte le altre edizioni a stampa. Bisogna, infine aggiungere, che molti esemplari recano alcune collocazioni, in diversi stili, di cui si ignora la provenienza. Per alcune di queste è sicuramente valido il discorso della Leonori, secondo la quale queste furono assegnate al materiale agli inizi degli anni '30 del XX secolo e sono frutto dei rimaneggiamenti subiti dai documenti a seguito del trasferimento della biblioteca nella sede di palazzo Carrara (di cui parleremo più avanti). Altre collocazioni, invece, in alcuni esemplari risultano depennate, ma ancora ben leggibili, e sostituite proprio con quelle dello Sconocchia, perciò precedenti. Si potrebbe pensare ad antiche testimonianze delle soppresse congregazioni religiose, il fatto è che queste collocazioni sono contemporaneamente presenti su esemplari di diversa provenienza. Le uniche ipotesi possibili sono due: o sono sempre attribuibili allo Sconocchia (le calligrafie, però, non sembrano corrispondere) ed in tal caso gli esemplari riportati alla luce dallo Sconocchia  risulterebbero molti di più, oppure, queste collocazioni potrebbero, forse, risultare l'unica testimonianza di una, seppur minima (e non confermata da altre fonti), attività catalografica precedente allo Sconocchia, in quel ventennio, cioè, di gestazione precedente l'apertura della biblioteca, se non, addirittura, risalenti al momento stesso della confisca. Questa ipotesi, come vedremo, può essere avvalorata da altri elementi e non è, quindi, sottovalutabile. La nostra ricostruzione storica del fondo degli incunaboli della BCT comincia proprio dal 1888, data che coincide, come visto, con la pubblicazione del catalogo con cui lo Sconocchia, per la prima volta, ci fornisce una visione del fondo nel suo insieme all'indomani dell'apertura al pubblico della biblioteca. Abbiamo, però, constatato le insidie che il catalogo contiene e, quindi, stabilito che il numero degli esemplari e delle edizioni, in questo implicitamente descritte, erano superiori a quanto dichiarato dallo stesso catalogatore ed abbiamo, infine, dedotto che altri esemplari continuavano a rimanere nascosti nei meandri della Comunale, in attesa di essere nuovamente notati e riportati in luce. Ma possiamo essere sicuri che gli incunaboli conservati fossero veramente tutti? Gli esemplari presenti in biblioteca all'indomani della sua apertura al pubblico erano veramente tutti quelli entrati nella stessa all'indomani della confisca? Per una risposta completa a questa domanda dovremmo poter disporre degli antichi cataloghi od inventari di cui abbiamo già parlato e, per i quali delle ricerche sono ancora da realizzare, ma grazie ad un altro documento, sempre dello Sconocchia, possiamo affermare che qualche esemplare aveva, sicuramente, già intrapreso altre strade, strade che portavano verso Firenze. Gli esemplari del fondo cominciarono, quindi, a scomparire ancor prima dell'apertura della Comunale.

I.1.4 – La questione degli esemplari venduti.

 

Il 12 ottobre del 1889, Ettore Sconocchia invia una lettera al sindaco di Terni per informarlo di aver accettato un suo precedente invito (da come si evince dalla lettera stessa) e di essersi, quindi, recato dal professore Ettore Pierotti per farsi consegnare «le schede di quei libri, che d'ordine del sig[nore] e cav[aliere] Stanislao Caraciotti furono venduti ad un tal Gazzini di Firenze»[20]. Come il lettore ricorderà, Stanislao Caraciotti era stato nominato, nel 1871, dal consiglio comunale, a far parte di quella commissione che aveva ricevuto l'incarico di curare il trasferimento della libreria del Manforti, insieme al conte Manassei ed a Cesare Magiari. Ignoriamo se il Caraciotti avesse poi ricevuto altri incarichi attinenti la vita della biblioteca, o se avesse libero accesso all'interno di questa e, d'altronde, molto poco sappiamo intorno alla vicenda riportata dallo Sconocchia. Sembra però che fu proprio lui ad ordinare la vendita di quelle «centodieciassette opere in centotrentasei volumi»[21] a quel tal Gazzini di Firenze. Lo Sconocchia completò la lettera con l'elenco completo di quelle opere e, tra queste, ne figurano cinque stampate nel XV secolo ed esattamente quelle descritte nelle citazioni n. 41, 49, 56, 57 e 74. Se il 18 ottobre seguente il vicesindaco di Terni aveva modo di chiedere ulteriori informazioni sulla vicenda, scrivendo sulla stessa lettera dello Sconocchia: «Si domandi per quanto fu fatta la vendita e dove fu versato il denaro. Si raccomanda sollecitudine.»[22], viene da pensare che, forse, il Caraciotti agì solo ed esclusivamente per conto suo, tenendo nascosta la vendita agli stessi vertici amministrativi e, forse, senza nemmeno il potere di prendere simili iniziative; oppure l'amministrazione sapeva tutto, ma ignorava i dettagli, soprattutto economici, della vicenda. Non sta a noi ricostruire la situazione, la quale, comunque, sembra contenere tutte le premesse dello scandalo. La nostra attenzione viene, piuttosto, attirata da alcuni elementi riportati nel racconto dello Sconocchia ed in particolare da quelle schede che si fa consegnare dal professor Pierotti. Queste schede, come appare logico, dovevano essere state realizzate prima della vendita ma ci interesserebbe veramente sapere se erano state realizzate solo per le opere vendute o, anche, per delle altre. La questione potrebbe rafforzare l'ipotesi da noi formulata precedentemente e, cioè, che una qualche attività catalografica fosse stata già avviata prima dell'arrivo dello Sconocchia e quelle collocazioni, rilevate direttamente dagli esemplari, di cui si è parlato, potrebbero essere ricollegate proprio a queste schede.  Inoltre, perché queste erano in possesso di questo professor Pierotti? Forse perché era stato proprio lui a realizzarle e, forse, proprio lui aveva curato la vendita. A questo punto, però, un dubbio atroce ci assale! Bisogna pensare che la biblioteca era piena di esemplari veramente molto preziosi, esemplari che avrebbero, sicuramente, fatto la felicità di molti bibliofili, collezionisti e mercanti. In poche parole nella biblioteca era custodito un vero e proprio 'capitale'. Noi abbiamo notizia solo di questa vendita, ma fu veramente l'unica? L'ipotesi è inquietante e da tutta la vicenda molte altre ne potrebbero scaturire: tutte resterebbero solo ipotesi, ma di sicuro quel periodo che va dal 1867 all'apertura della Comunale, avvenuta nel 1885, va sicuramente studiato ed approfondito maggiormente, perché oggi noi lo vediamo come un periodo di stasi, ma forse, in realtà, 'qualcosa' si muoveva.Volendoci, ora, dedicare solo ed esclusivamente ai cinque incunaboli venduti, dobbiamo, ancora una volta, lamentarci dell'estrema sinteticità delle citazioni con cui lo Sconocchia li descrive, non riportando, in questa occasione, nemmeno il luogo di stampa. Lo Sconocchia, però, questa volta, non descrive direttamente gli esemplari che erano stati venduti, ma trae le informazioni da schede della cui esistenza noi apprendiamo, solo ed esclusivamente dal racconto fatto dal bibliotecario nella sua lettera al sindaco. Anche se queste schede dovessero aver contenuto particolari maggiori, bisogna tener presente che lo Sconocchia, molto probabilmente, non avvertì l'esigenza di fornire al sindaco delle informazioni bibliografiche precise e complete, limitandosi, così, a scopo del tutto documentario, a fornire delle notizie di massima. Come è ovvio che sia, in uno stesso anno, potevano essere stampate più edizioni di una stessa opera, sia in uno stesso luogo che in luoghi diversi. Non disponendo di questo luogo e nemmeno di altri particolari, diventa per noi impossibile individuare la giusta edizione. Sappiamo solamente che queste cinque diverse edizioni facevano parte del fondo degli incunaboli della BCT e che furono venduti ad un privato di Firenze dopo il 1867 e, prima del 1889[23]. Avendo fatto parte del fondo avremmo, comunque, dovuto inserirli nel catalogo, così come abbiamo inserito le altre edizioni scomparse. Purtroppo, però, nel caso specifico avremmo rischiato di fornire delle informazioni veramente troppo ambigue. Le citazioni lasciate dallo Sconocchia, lo ripetiamo, non risultano nemmeno tratte direttamente dagli esemplari, bensì da schede che noi conosciamo solo dal racconto del bibliotecario. Abbiamo pensato, allora, di trattare queste edizioni in questa sede, realizzando cinque schede identificate da cifre romane per non confonderle con le vere e proprie schede catalografiche; in queste cercheremo di andare ad individuare qualche giusta soluzione. Si premette che tutte le ricerche bibliografiche sono state effettuate sulla base dati ISTC e che le descrizioni sono fornite di un'intestazione uniforme costituita dalla forma del nome dell'autore o dal titolo dell'opera normalizzata seguendo i criteri delle RICA, nonchè dalla forma tratta dall'IGI.   

 

 

I.1.5 – Le edizioni vendute: analisi delle citazioni lasciate dallo Sconocchia.

 

I – Nella citazione n. 41 dell'elenco riportato nella citata lettera del 12 ottobre 1889, lo Sconocchia riporta l'opera Expositio in primum Canonis Avicenna di Giacomo Della Torre (Iacobus de Forlivio, in IGI). Oltre al titolo e all'autore dell'opera ci viene riportato l'anno di stampa: il 1495. Dalla ricerca sulla base dati ISTC scopriamo che nel 1495 fu pubblicata una sola edizione dell'opera citata ed esattamente a Venezia. Se i dati in nostro possesso fossero esatti,  potremmo dichiarare il risultato della ricerca soddisfacente:

 

Della Torre, Giacomo.

 

Jacobus de Forlivio: Expositio in primum librum Canonis Avicenna. [Segue:] Hugo Senensis: Quaestio de malitia complexionis diversae.

Venezia. Boneto Locatello ed. Ottaviano Scoto. 25, IX, 1495.

Bibliografia: ISTC ij00052000; IGI 4986; Goff J–52; HC, Addenda 7245.

 

II – Nella citazione n. 49 viene riportata l'opera di Angelo da Chivasso (Angelo de Clavasio, in IGI) intitolata Summa angelica de casibus conscientiae, stampata nel 1492. Questa volta la nostra ricerca ci propone due risultati, entrambi validi in base all'informazioni in nostro possesso. Infatti nel 1492 risultano stampate due edizioni dell'opera in esame: una a Venezia, l'altra a Lione.

 

Angelo da Chivasso.

 

Angelus de Clavasio: Summa Angelica de casibus conscientiae. Aggiunte: Hieronymus Tornieli.

Venezia. Giorgio Arrivabene. 4, VI, 1492.

Bibliografia: GW 1934; BMC V, 385; ISTC ia00723000; IGI 566; Goff A–723; H*5396.

 

Oppure:

 

Angelus de Clavasio: Summa angelica de Casibus conscientiae.

Lione. Jean Du Prè. 16, XI, 1492.

Bibliografia: GW 1935; ISTC ia00723500; IGI VI 566–A.

 

III – Nella citazione n. 56, invece, lo Sconocchia riporta una Bibbia stampata nel 1494. La citazione completa, però, riporta anche un importante particolare: «Biblia sacra cum tabula noviter edita. 1494»[24]. Questo titolo esteso riportato dallo Sconocchia coincide perfettamente con la prima frase dell'incipit di un'edizione stampata a Venezia in quell'anno. Anche in questo caso potremmo ritenerci abbastanza soddisfatti.

 

Bibbia, in latino.   

Biblia latina. Indice di Gabriel Brunus.

Venezia. Simone Bevilacqua. 22, IX, 1494.

Bibliografia: GW 4274; BMC V, 519; ISTC ib00597000; IGI 1677; Goff B–597; HC*3117.

 

IV –  Nella citazione n. 57 si riporta un'altra Bibbia, questa volta stampata nel 1492. Lo Sconocchia non aggiunge nessun altro elemento e la ricerca ci condurrà a tre edizioni, tutte e tre stampate nel 1492. Anche in questo caso non possiamo, quindi, scartarne nessuna: tutte rispondono ai criteri a noi noti.

 

Bibbia, in latino.

 

Biblia latina. Indice di Gabriel Brunus. Edizione: Petrusangelus de Monte Ulmi.

Venezia. Girolamo Paganini. 7, IX, 1492.

Bibliografia: GW 4271; BMC V, 456; ISTC ib00594000; IGI 1675; Goff B–594; HC*3114.

 

Oppure:

 

Biblia latina; cum postillis Nicolai de Lyra et expositionibus Guillelmi Britonis in omnes prologos S[ancti] Hieronymi et additionibus Pauli Burgensis replicisque Matthiae Doering. Edizione: Paulus a Mercatello. Aggiunte: Franciscus Moneliensis. [Segue:] Nicolaus de Lyra: Contra perfidiam Judaeorum.

P. : I-IV.

Strasburgo. [Johann Gruninger]. P. I-III: s. d.; P. IV: 3, XI, 1492.

Bibliografia: GW 4292; BMC I, 108; ISTC ib00617000; IGI 1689; Goff B–617.

 

Oppure:

 

Bibbia, in italiano.

 

Biblia italiana. Trad.: Niccolò Malermi. [Segue:] Aristeas: Ad Philocratem de lxx interpretibus. Trad.: Bartolomeo Pontio. Leggenda di San Giuseppe.

Venezia. Giovanni Ragazzo, ed. Lucantonio Giunta. VII, 1492.

Bibliografia: GW 4318; ISTC ib00645000; IGI 1705; HR 3157.

 

V – Nella cit. n. 74, lo Sconocchia riporta l'opera Phisicarum libri octo, attribuita ad Aristotele, edita nel 1476. Dalla ricerca su ISTC non risulta edita nessun'opera di Aristotele dal titolo a noi noto, o, in qualche modo, attinente all'argomento nell'anno in questione. Ci viene da pensare, quindi, che forse è stato riportato sotto l'autore Aristotele un commento di un altro autore all'opera di Aristotele. Come sempre precisiamo che si tratta solo di un'ipotesi, ma potrebbe apparire molto attinente l'edizione che riportiamo di seguito di Walter Burley, del 1476.

 

Burley, Walter.

 

Burlaeus, Gualtherus: Expositio in Aristotelis Physica. Edizione: Hieronymus Turrianus Veronensis.

Padova.  Bono Gallo e Tommaso de Capitani. 18, VII, 1476.

Bibliografia: GW 5774; BMC VII, 918; ISTC ib01302000; IGI 2267; Goff B–1302; HC 4136.

 

 

I.1.6 – Il dopo Sconocchia e l'arrivo del Manfren.

 

Grazie all'instancabile attività dello Sconocchia, la Comunale di Terni cominciò, sul finire del XIX secolo, a godere di ottima fama. «Se si prescinde dalle esigenze di ordine pratico come quelle dell'illuminazione o del riscaldamento, per il resto il funzionamento della Biblioteca non incontrava grossi ostacoli; i problemi che vennero affrontati nell'ultimo decennio del secolo furono soprattutto quelli degli orari di apertura e della catalogazione [...]»[25]. Quando, nel 1909, lo Sconocchia veniva a mancare, lasciava un istituto in ottima salute, cresciuto nel patrimonio, soprattutto grazie a frequenti donazioni, ben organizzato e con un'avviata attività catalografica. Al posto dello Sconocchia subentrò il prof. Luigi Lanzi, una delle figure più rappresentative della cultura ternana, storico ed archeologo alla guida del Convitto Comunale Umberto I, sicuramente una delle istituzioni culturali ternane più prestigiose di quel periodo. Il Lanzi, però, potè prestare servizio solamente un anno; egli, infatti, morì nel 1910. In quello stesso anno fu incaricato il Prof. Diocleziano Mancini, che però, ancor più dello Sconocchia, ingaggiò una vera e propria disputa con l'amministrazione comunale, lamentandosi di una retribuzione troppo esigua, ma accusato, allo stesso tempo, di svolgere un'attività insoddisfacente. Il Mancini presentò le sue dimissioni nel 1914, lasciando la biblioteca in uno stato di totale abbandono. Infatti la biblioteca rimase chiusa per quasi due anni, fino a quando, cioè, sul finire del 1915, l'amministrazione non si decideva ad eleggere il nuovo bibliotecario: il prof. Giuseppe Manfren. In tutta la sua attività, che si protrarrà fino al 1933, il Manfren si occupò soprattutto di catalogazione. Nel rapporto Cataloghi delle biblioteche italiane pubblicato sulla rivista Accademie e Biblioteche d'Italia[26] nel 1932, viene riportato che i sette cataloghi presenti in biblioteca, in quel momento, più l'inventario, erano opera del Manfren. Tra questi sette cataloghi, realizzati su schede mobili in volumi sistema Staderini, era compreso quello degli Incunaboli. Potremmo risultare monotoni, sinceramente non vorremmo, ma anche di questo catalogo non esistono tracce e, purtroppo, non finisce qui. Come diverse lettere presenti nell'Archivio del Protocollo della BCT stanno a testimoniare, il Manfren fu in continuo contatto con l'allora Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio, collaborazione che sicuramente risultò fondamentale per una prima identificazione degli esemplari. Ebbene in una di queste lettere, datata 1932 ed inviata alla biblioteca dalla Soprintendenza, si può leggere chiaramente: «Si trasmette alla S[ignoria] V[ostra] Ill[ustrissi]ma il catalogo degli incunaboli di codesta Biblioteca compilato da questa Sopraintendenza [...]»[27] . Nella lettera, inoltre, viene segnalata la presenza di un allegato di «15 fogli»[28]. Dobbiamo concludere che anche l'allora Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio, nel 1932, aveva realizzato un catalogo degli incunaboli della BCT, il quale, risulta scomparso.  Supponiamo che la Regia Soprintendenza abbia voluto conservare una copia del catalogo presso i suoi archivi. Considerando  che questa Soprintendenza aveva sede presso la BNCR, simili documenti avrebbero potuto essere confluiti presso l'ufficio dell'IGI della stessa biblioteca, ma così non  risulta. Infruttuose si sono anche dimostrate le ricerche presso l'attuale Soprintendenza ai Beni Culturali del Lazio (questo archivio è attualmente non consultabile) e presso l'Archivio Centrale dello Stato[29] in Roma. Ammesso che il documento, datato 1932, ancora esista non crediamo, comunque, che possa fornirci importanti informazioni in quanto, anche questo, doveva essere stato compilato in base alle segnalazioni del Manfren di cui possediamo un altro catalogo. Inoltre altri elementi ci vengono in aiuto.                     

 

 

I.1.7 – I due cataloghi del Manfren e quello della Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio.

 

Sempre dal rapporto dei Cataloghi delle biblioteche italiane, sappiamo che nel 1932, anno di pubblicazione del rapporto,  era «in corso di compilazione»[30] il catalogo delle opere rare e preziose, catalogo che fu costantemente aggiornato, secondo la Leonori, fino al 1960. Unica testimonianza, in fatto d'incunaboli, del Manfren giunta fino a noi, risulta utilissima perché ci permette un confronto con il catalogo dello Sconocchia  permettendoci di capire cosa fosse successo in quei quarantaquattro anni trascorsi da allora, quarantaquattro anni privi di documentazione. Anche questo catalogo, in sei volumi, si presenta realizzato con il sistema Staderini, è ordinato alfabeticamente per autore e, quindi, risulta sicuramente meno confuso di quello dello Sconocchia; esso descrive edizioni rare e preziose dal XV al XIX secolo. Non sappiamo con quale criterio, il Manfren abbia voluto giudicare il pregio o la rarità di un'edizione, ma di sicuro qualche incunabolo non venne ritenuto degno di essere annoverato in tale catalogo, oppure non era stato identificato come incunabolo. Lo possiamo sapere con sicurezza visto che alcuni esemplari rilegati insieme ad altri nello stesso volume, non vengono segnalati; inoltre alcune descrizioni risultano  incomplete, altre ripetute due volte. E' evidente che anche il Manfren non fece uso di repertori bibliografici e, di tanto in tanto, anch'egli va a creare qualche fantasma bibliografico. A superare la parzialità del catalogo, almeno in parte, è risultato utile l'inventario dello stesso Manfren. Egli fu il primo a dotare la BCT di un simile strumento, che, neanche a dirlo, oggi risulta scomparso insieme a tutti gli altri documenti. I numeri dell'inventario, sono però ancora ben visibili su molti esemplari (non su tutti)  e forniscono la prova inconfutabile della loro presenza a quei tempi. Inoltre un altro documento ci viene incontro: una lettera, sempre della Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio datata 5 novembre 1932. Con questa si comunicava al Manfren che «in seguito all'esame compiuto da questo ufficio, risultano incunaboli della stampa anche i seguenti volumi non ancora introdotti nella collezione di incunabuli  di cotesta  Biblioteca [...]»[31].  Segue un elenco di tredici edizioni, due delle quali non sono presenti nel catalogo. Probabilmente la Soprintendenza mandava qualche suo esperto ad esaminare il materiale[32], ma a volte poteva anche capitare che si facesse spedire il materiale stesso come testimonia il resto della lettera: «Nel comunicare quanto sopra prego la S[ignoria] V[ostra] perché voglia disporre che con le opportune cautele vengano inviati per un breve esame a questo Ufficio i seguenti incunaboli non ancora identificati: 1) Inc. 23 Breviarum. 2) Inc. 54 (Volume miscellaneo). 3) Inc. 65 Caietanus de Thienis. I detti tre volumi saranno restituiti con la maggiore sollecitudine non appena esaminati. Con ringraziamenti ed ossequi»[33]. E' anche interessante notare come, già nel 1932, venissero usate le collocazioni moderne, quelle attualmente ancora in uso, mentre nel catalogo delle Opere rare e preziose, in corso di compilazione proprio nel 1932, ne vengono usate delle altre. Secondo noi  la realizzazione del catalogo in questione cominciò prima di quella data; la notizia venne pubblicata in Accademie e biblioteche d'Italia[34] nel 1932, ma forse il rapporto era stato realizzato molto prima.  Ne consegue che nel 1932, probabilmente, il catalogo era già stato terminato e che le nuove collocazioni cominciarono ad essere utilizzate, forse, nel tentativo di riorganizzare e di risistemare il fondo degli incunaboli in seguito alla collaborazione con la Soprintendenza che, come visto, stava fornendo importantissime notizie, identificando come incunaboli esemplari che il Manfren, invece, non aveva ritenuto tali o per i quali nutriva forti perplessità. Collaborazione che avrebbe portato il 12 dicembre successivo, di quello stesso 1932, dopo l'invio e quindi l'esame degli esemplari richiesti, alla definitiva compilazione di quel catalogo che veniva spedito al Manfren, catalogo oggi perduto, come detto. Tutti gli elementi fin qui considerati, ci permettono di ricostruire, con buona approssimazione, la situazione ai tempi del Manfren[35]. Ci risulta che dovevano essere tornate alla luce 112 edizioni (ca. 139 esemplari), comprese in 101 volumi. Rispetto ai tempi dello Sconocchia dobbiamo notare che non erano più presenti almeno undici edizioni, ma altre, nel frattempo, erano state ritrovate. Si tratta in gran parte di edizioni di opere di astronomia o, comunque sia, a carattere scientifico di autori come Alchabitius, Albertus Magnus, Hyginus, Sacrobosco ecc., tutte edizioni da sempre molto richieste da bibliofili o collezionisti di libri antichi e di conseguenza anche molto valutate economicamente.  La nostra è solo una constatazione, ma è impossibile pensare che siano sparite nel nulla e, secondo noi, nemmeno a causa di degrado conservativo: il furto è la causa più probabile e chi ha rubato, non ha rubato a caso.

 

 

I.1.8 – Conservazione degli incunaboli al tempo del Manfren ed il trasloco a Palazzo Carrara.

 

Intanto, nel 1927, la BCT era stata trasferita dai locali di S. Lucia ai sotterranei dell'edificio che ospitava l'Istituto Tecnico ed il Liceo Ginnasio in via Camporeali, ma anche la nuova sede creava grossi problemi soprattutto alla conservazione del materiale. La questione venne sanzionata anche dall'allora Ministero dell'Educazione Nazionale con una lettera inviata al Regio Commissario del comune di Terni nel 1930, da cui possiamo trarre anche una bella testimonianza su come erano conservati gli incunaboli: «In una recente ispezione ordinata da questo ministero si è avuto occasione di rilevare che codesta Biblioteca Civica ha bisogno di maggiori e più provvide cure per la buona conservazione del materiale librario e per la migliore utilizzazione di esso. Occorrerebbe innanzi tutto provvedere ad asfaltare o lastricare convenientemente la strada che fiancheggia la biblioteca per evitare che la polvere sollevata dal passaggio di veicoli o dal vento penetri tra i libri danneggiandoli. Si è rilevato inoltre che alcune centinaia di libri e una ventina di buste contenenti opuscoli giacciono nei corridoi della biblioteca ed aspettano una qualsiasi più degna collocazione. Nè vale a giustificare l'attuale abbandono di quel materiale l'osservazione che si tratta di opere duplicate o incomplete [...]. Fra essi  si trovano, come può riscontrarsi anche con esame sommario, dei libri rari e di pregio [...]. E' necessario collocare  tutti i libri giacenti nel corridoio entro scaffali, selezionandoli, rivedendoli e registrandoli nei consueti inventari e cataloghi. Si è rilevato inoltre che i manoscritti e gli incunabuli sono stipati in duplice fila entro un bancone o scaffale in maniera poco decorosa  e sicura. I manoscritti e gli incunabili (sic !) rappresentano un valore ingente e devono quindi considerarsi come la parte più nobile della biblioteca, e perciò vanno meglio conservati. Urge provvedere alla costruzione di uno scaffale adatto e sicuro. Occorre inoltre separare i molti incunabili (sic !) che si trovano ancora confusi tra i libri comuni e completare il catalogo speciale e l'inventario dei rari. Per tali lavori di carattere urgente questo Ministero potrà, ove codesta civica Amministrazione ne avesse bisogno contribuire alla spesa [...]»[36]. Documento d'indubbio interesse sotto diversi aspetti, sia perché l'amministrazione veniva finalmente sollecitata ad accogliere le lamentele del Manfren riguardo l'acquisto del mobilio necessario e quindi al trasferimento in una sede più consona, trasloco che infatti avverrà tre anni più tardi. Per quanto riguarda gli incunaboli sono diverse le notizie che possiamo trarre: innanzi tutto erano conservati, o meglio 'stipati', in duplice fila, all'interno di uno scaffale  'in maniera poco decorosa e sicura'. Si trovavano ancora insieme ai manoscritti, come ai tempi dello Sconocchia, ma soprattutto molti erano ancora confusi con gli altri libri. Dal documento troviamo poi la conferma a quanto ipotizzavamo poco fa: il catalogo dei rari, cioè delle Opere rare e preziose era già  stato cominciato nel 1930 e, forse, nel 1932 era terminato. Il 1932 è anche l'anno in cui furono avviati i lavori di ristrutturazione di Palazzo Carrara dove l'anno successivo fu trasferita la BCT e dove vi rimarrà praticamente fino ai nostri giorni. Mentre completiamo questo lavoro è in fase di completamento anche il trasloco della BCT nella nuova sede della Bibliomediateca presso piazza della Repubblica in Terni. Il trasferimento iniziò nell'ottobre del 1933, il Manfren era stato messo a riposo da appena un mese e la biblioteca riaprì solamente il primo giugno 1934. Il nuovo bibliotecario, per la prima volta assunto con pubblico concorso, era il prof. Ascanio Marchetti. 

 

 

I.1.9 –  Il catalogo di Camillo Scaccia Scarafoni e la seconda guerra mondiale.           

 

Lo Scaccia Scarafoni era un ispettore della Regia Soprintendenza Bibliografica per il Lazio e , con il suo lavoro, non solo a Terni, ma anche in diverse altre città, offrì un notevole contributo per la realizzazione dell'IGI, di cui, possiamo affermare, fu uno dei più convinti sostenitori. La sua opera a Terni, cominciò, probabilmente, dopo il 1932, ma prima che il Manfren cessasse la sua attività, quando la Soprintendenza aveva già realizzato un primo lavoro di riconoscimento degli incunaboli: «Questi incunabuli erano già stati oggetto di ricerca e mi vennero indicati, collocati a parte in apposito scaffale, dalla cortesia dell'allora Bibliotecario, il Prof. Manfren; nell'esame però che io feci di altre categorie di libri antichi e rari, collocati negli scaffali contrassegnati dalle lettere C e B, ne rinvenni ancora altri 14»[37]. In questo brano, tratto dalla premessa al suo catalogo pubblicato nel 1935, egli ci dice chiaramente che fu proprio il Manfren a mostrargli gli incunaboli, che come sappiamo erano sistemati in uno scaffale insieme ai manoscritti. Lo Scaccia Scarafoni ci dice che altri incunaboli ritrovò in altri scaffali, ma dai confronti da noi realizzati con le ricostruite situazioni dello Sconocchia e del Manfren, lo Scaccia Scarafoni, a tutti gli effetti, non ritrovò niente di nuovo, forse, al massimo, solo due esemplari. Probabilmente i volumi ritrovati erano già stati notati precedentemente, ma lasciati al loro posto sugli scaffali per qualche motivo. Il catalogo dello Scaccia Scarafoni è comunque importante perché egli è il primo a dotare le citazioni di riferimenti ai repertori bibliografici: «Un catalogo degli incunaboli, nel senso esatto della parola e cioè un catalogo provvisto dei riferimenti ai Repertori Bibliografici, mancava e a ricolmare tale lacuna provvidi col mio modesto lavoro che presenta la identificazione di tutti gli esemplari»[38].  Il catalogo appare veramente ordinato e preciso anche se nel numerare le varie citazioni, lo Scaccia Scarafoni commette un errore metodologico. Infatti il catalogatore voleva contare, a nostro avviso, non le edizioni, ma ogni singola unità bibliografica dimenticando, però, in questo caso, di considerare divise in più unità bibliografiche alcune edizioni. Per fare un esempio, Inc. 1 (sch. 52) ed Inc. 2 (sch. 72). Alla fine, quindi, il numero 128 che è il totale delle citazioni del suo catalogo non è rappresentativo nè delle edizioni, nè dei volumi, nè, tantomeno, degli esemplari. Lo Scaccia Scarafoni elencava 112 edizioni, tante quante quelle descritte dal Manfren, comprese in 101 volumi. La differenza con il catalogo del Manfren, realizzato solamente cinque anni prima, è da ricercare nel fatto che lo Scaccia Scarafoni non descrive alcune edizioni presenti in quello del Manfren, però, ne descrive altre che erano, invece, assenti. Questa situazione è alquanto strana e non riusciamo a spiegarci il perché. Oramai il fondo era stato quasi completamente portato alla luce, dai nostri calcoli solo pochi esemplari erano ancora nascosti, o meglio, non ancora inseriti con tutti gli altri nell'armadio e, quindi, lo Scaccia Scarafoni avrebbe dovuto trovarseli tutti davanti. Non vogliamo credere a delle dimenticanze del catalogatore e, quindi, dobbiamo supporre che forse, qualcuno, fosse stato spostato, forse proprio durante il trasloco del 1933/34. Potrebbe essere il caso dell'edizione di Ugo Benzi, oggi scomparsa, presente nel Manfren ed anche in IGI, ma non nello Scaccia Scarafoni[39], oppure l'attuale Inc. 104 (sch. 67), edizione di un'opera di Ioannes Duns Scotus o gli attuali Inc. 99 (sch. 81) e 103 (sch. 82).  Quindi, anche il catalogo dello Scaccia Scarafoni deve essere considerato parziale, anche se, oramai alla vigilia della grande guerra ci risulta che quasi tutti gli esemplari erano stati riportati in luce, ma, per diversi motivi, non erano ancora stati collocati tutti nello stesso luogo. Solo gli attuali Inc. 5 bis (sch. 23),  Inc 6 bis (sch. 22) ed Inc. 105 (sch. 25), rimangono a questa data fuori da qualsiasi catalogo anche se tutti  possiedono il numero del vecchio inventario del Manfren ed il timbro di appartenenza della BCT con data 1928 (leggibile solo in Inc. 5 bis) ed il 105 anche una collocazione dello Sconocchia: elementi sufficienti a provare la loro presenza, però perché non risultano in nessun catalogo? Evidentemente la confusione che regnava già dal 1888 non era stata ancora del tutto eliminata. Inc. 105 (sch. 25), in particolare, risulta tutt'oggi non incluso in ISTC, cioè non risulta la sua presenza nella BCT. Per gli altri incunaboli non inseriti in Scaccia Scarafoni  crediamo che possa valere la stessa considerazione. In ultimo va segnalato che Scaccia Scarafoni commise anche qualche errore d'identificazione, ad esempio rimandiamo il lettore alle sch. n. 17 e 31 del catalogo per maggiori dettagli.

 

I.1.10 – Dalla seconda guerra mondiale al terzo millennio.

 

Con il trasloco nella nuova sede di Palazzo Carrara del 1933/34 iniziava, dunque, la storia moderna della BCT, storia che di lì a poco avrebbe subito una grave battuta d'arresto così come quella dell'umanità intera. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e con Terni vista come un probabile obiettivo militare a causa delle numerose industrie, anche di armi, presenti sul suo territorio si pensò di trasferire tutto il patrimonio considerato di pregio nel vicino comune di Stroncone. Il trasloco avvenne nel 1943 e successivamente una bomba colpì la BCT stessa che riportò gravi danni con conseguente rovina di molto materiale in essa ancora conservato. Si può credere che forse proprio in questa occasione andarono perduti anche molti dei cataloghi mancanti. «A Marchetti spettò il difficile compito di guidare la Biblioteca attraverso gli anni del dopoguerra e della ricostruzione: egli, nel 1969, dopo 35 anni di attivo servizio, lasciava dietro di se una struttura operosa, vivace, che aveva riassorbito i traumi della guerra ed incrementato con ritmo costante il suo patrimonio, consistente, dopo il cospicuo dono della collezione Frateili nel 1967, in circa trentamila volumi»[40]. Gli incunaboli furono sistemati in uno scaffale metallico (dove sono sistemati ancor oggi) nella stanza dedicata proprio a Frateili, in una zona che rimaneva praticamente in ombra in tutto l'arco della giornata. Lo scaffale è ripartito in due grandi aree con due porte scorrevoli che è possibile chiudere a chiave[41]. Non sappiamo in quanti tornarono da Stroncone, ma crediamo che proprio in quel soggiorno lontano dalla BCT scomparvero quelle 16 edizioni per un totale di 19 unità bibliografiche, che oggi risultano mancanti rispetto al catalogo dello Scaccia Scarafoni. Da quel momento in poi non c'è più molto da segnalare, negli anni seguenti vennero alla luce anche gli ultimi esemplari e, proprio in ultimo, come ricordato l'Inc. 105 che si è quindi sottratto anche al censimento realizzato negli anni '80 del secolo per la compilazione dell'ISTC. Da segnalare c'è, solamente, l'allestimento di una mostra[42]  in Palazzo Carrara dal 18 dicembre 1986 al 28 febbraio 1987, a cura del comune di Terni e della stessa BCT, in cui furono esposti alcuni incunaboli  (Inc.18, Inc.55, Inc. 69, Inc.83, Inc.85, Inc.93). Oggi come anticipato in precedenza la BCT sta cambiando di nuovo sede ed il fondo degli incunaboli sarà finalmente conservato in confortevoli scaffali climatizzati nei locali della Bibliomediateca. 

 

 

I.2 – Consistenza e valutazioni.

 

 

I.2.1 – La consistenza.

 

Secondo la nostra ricostruzione del fondo[43],  risulta che ben 132 edizioni ne hanno fatto parte, per un totale di 161 esemplari, cioè singole unità bibliografiche, contenute tutte in circa 125 volumi[44]. Di queste edizioni oggi ne rimangono 105, per un totale di 131 esemplari contenuti in 98 volumi. Il numero reale dei volumi, però, sarebbe 96 perché i tre esemplari con collocazione Inc. 92/1-3 (sch. 94, 109, 21), erano originariamente rilegati in un unico volume; furono, presumibilmente,  smembrati in tre volumi distinti nel corso di un restauro finanziato  dal Ministero della Pubblica Istruzione e a cura dell'Ufficio Incunaboli del Centro Informazioni Bibliografiche di Roma, il 30 dicembre del 1957. Sono ben 27, quindi, le edizioni scomparse per un totale di 30 esemplari. In quest'ultimo computo abbiamo anche inserito i due esemplari scomparsi, dei tre presenti, un tempo, in biblioteca, dell'edizione del 14[7]9 del Supplementum Summae Pisanellae di Nicolò da Osimo, stampata a Venezia da Leonhard Wild (sch. 97); di quest'edizione rimane solo l'esemplare con collocazione Inc. 69 e, per questo motivo, non è stata inclusa tra le edizioni scomparse, mentre scomparsi risultano gli altri due esemplari dell'edizione Inc. 75 e Inc. 80. Di 11 dei 29 esemplari scomparsi, abbiamo notizie solo dallo Sconocchia e perciò, scomparvero, molto probabilmente, prima ancora dell'arrivo del Manfren (1915), quasi sicuramente prima del catalogo di Scaccia Scarafoni (1935). La prudenza è d'obbligo se consideriamo la parzialità accertata dei tre cataloghi in nostro possesso ed in questo caso particolare degli ultimi due, parzialità che ci porta a dover ammettere che, forse, altre edizioni furono un tempo presenti all'interno della BCT, edizioni che però potrebbero non aver lasciato nessuna traccia nei cataloghi. Il discorso è soprattutto realistico per il periodo 1888-1930[45] , completamente privo di documenti riguardanti gli incunaboli. Dopo la pubblicazione del suo catalogo, lo Sconocchia continuò a trovare altri esemplari, qualcuno dei quali potrebbe essere successivamente scomparso senza, quindi, essere stato annoverato in qualche altro documento e sfuggendo quindi alla nostra ricostruzione. Gli altri 19 esemplari risultano scomparsi dopo la compilazione del catalogo dello Scaccia Scarafoni, quindi dopo il 1935. Come già osservato questi esemplari potrebbero essere scomparsi in quel periodo di permanenza nel comune di Stroncone, dove erano stati trasportati durante la seconda guerra mondiale, ma non si può nemmeno escludere che qualcuno possa essere scomparso dopo il ritorno e, quindi, dobbiamo allungare il periodo fino agli anni '80 del XX secolo, quando, con il censimento operato per la compilazione dell'ISTC, fu definitivamente fissata la fisionomia e la consistenza del fondo[46].

 

 

I.2.2 – Le provenienze.

 

Abbiamo già parlato dell'ingresso nella BCT del fondo degli incunaboli, ma non abbiamo ancora detto nulla circa il volume contrassegnato dalla collocazione Inc. 102. Questo volume è l'unico che risulta provenire da una collezione privata ed esattamente quella di Giuseppe Bragazzi. Non sappiamo nulla sull'entrata in biblioteca di questo fondo privato ed attualmente non se conosce l'esatta consistenza; doveva, comunque, contenere materiale molto pregiato visto che includeva anche 46 cinquecentine[47]. Le due edizioni di Seneca contenute nel volume sono segnalate solamente dal Manfren e potremmo quindi supporre che questo volume sia entrato nella BCT, prima del 1930. E' attualmente in corso una ricerca, all'interno della BCT, proprio su questo fondo che potrà, un giorno, eliminare qualsiasi dubbio. Tutti gli altri incunaboli entrarono in seguito alle soppressioni del 1867, provenienti dai vari conventi siti sul territorio ternano. Dei 98 volumi presenti in biblioteca 17 non recano nessun ex libris che ci possa dare indicazioni sulla provenienza e non dimostrano nemmeno delle particolarità tali da permettere una qualche ipotesi se non, al massimo, qualche supposizione troppo vaga e generica (si veda per esempio Inc. 67, Sch. 16 A oppure Inc. 105, Sch. 25). La situazione delle provenienze può essere sinteticamente riassunta con la tabella seguente:

 

 

Volumi

Provenienza

32

convento di S. Francesco Interamna

14

convento di S. Valentino

12

convento di S. Maria delle Grazie

9

convento di S. Pietro

8

convento della SS. Annunziata o dell' Eremita di Cesi

5

convento di S. Martino

1

fondo Bragazzi

 

In molti esemplari si possono trovare anche altri ex libris o testimonianze di provenienze ancor precedenti, tutte riportate nelle apposite sezioni delle schede catalografiche del catalogo. In questo lavoro noi andremo a prendere in considerazione solo le ultime e di seguito andremo a riportare qualche cenno storico su ogni convento di provenienza senza dimenticare Giuseppe Bragazzi.

 

 

I.2.2.1 – San Francesco Interamna: Minori Conventuali.

 

Ex libris:

1) Ms.: Ad Conventum Sancti Francisci Minorum Conventualis Interamnae.

2) A stampa: vedi Fig. 1.

3) A stampa: in un cerchio è raffigurata la testa con aureola, probabilmente, di  S. Giovanni battista. Intorno al cerchio è riportato: «Societas misericordiae», che probabilmente si riferiva al Monte di pietà istituito in Terni nel 1467 ad opera di Fortunato Coppoli e Barnaba Manassei e controllato dai francescani. 

Nel 1259, per interessamento  di papa Alessandro IV, il vescovo di Terni Filippo concedeva ai frati Minori l'oratorio di San Cassiano con l'orto e la casa annesse, affinchè potessero ingrandire il proprio convento. I lavori di adattamento della sede alla comunità si protrassero per diversi secoli. Nel 1265 ci viene riferita l'edificazione della chiesa, presso la quale si concedevano indulgenze a chi vi si recava in determinate feste dell'anno a partire dal 1288. «I Frati conventuali di San Francesco furono, a partire dalla seconda metà del Quattrocento, custodi dell'archivio comunale, o segreto, succedendo in tale compito alle Terziarie francescane di San Procolo e precedendo gli Agostiniani di San Pietro, ritenuti nel 1694 dal Consiglio cittadino più adatti allo scopo perché proprietari di locali ampi ed asciutti , come la buona conservazione del materiale richiedeva»[48]. Nel 1467, per volontà dei francescani, nell'ambito di una protesta contro l'ambiente ebraico che gestiva gran parte dell'attività finanziaria attraverso il prestito a privati e comuni, venne istituito il Monte di Pietà ad opera di Fortunato Coppoli e Barnaba Manassei. L'iniziativa permetteva alla popolazione di sottrarsi ai tassi d'interesse praticati dai banchi privati, grazie a prestiti, a basso interesse, che venivano concessi dietro presentazione di pegni. Nel 1441 altri francescani, i Minori Osservanti, si stanziarono sul colle Lauro, in seguito chiamato dell'Oro. Un secondo insediamento di Minori Osservanti fu Santa Maria delle Grazie, la cui fabbrica fu completata nel 1550. Nel 1703 il convento venne danneggiato dal terremoto che colpì Terni e venne rimodernato nei decenni successivi. Nel 1861 fu completamente restaurato da Benedetto Faustini ed adattato a convitto comunale; nel 1888, la chiesa fu chiusa al culto perché pericolante e riaperta agli inizi del secolo successivo dopo il restauro di Luigi Lanzi, per interessamento del quale fu dichiarata monumento nazionale. Restaurata nuovamente nel 1930, assunse l'aspetto attuale solo dopo i restauri a cui fu sottoposta  a causa dei gravi danni riportati durante la seconda guerra mondiale.    

 

 

I.2.2.2 – San Valentino: Carmelitani Scalzi.

 

Ex libris:

1) Ms.: Conventus Sancti Valentini Interamnae.

2) Ms.: Valentini Interamnae, carmelitanorum discalceatorum.

«E' ancora controversa la figura del S. Valentino vescovo di Terni, che sarebbe stato martirizzato nel 273, prima del prete e martire omonimo di Roma»[49]. Si racconta che S. Valentino, vescovo di Terni nel 197, fu chiamato a Roma da Cratone perché guarisse il figlio Cheremone gravemente malato. Una volta guarito, il giovane, fu convertito al cristianesimo, insieme alla sua famiglia e ad alcuni studiosi, dal santo stesso. Per questo motivo il prefetto di Roma Furius Placidus lo fece decapitare. Il corpo del santo fu riportato a Terni e sepolto nella zona in cui oggi sorge la basilica e già adibita a cimitero. Su questo fu costruita una prima chiesa «che subì nel corso dei secoli varie vicende, distruzioni e riedificazioni, in una sequenza storica difficilmente ricostruibile. Il complesso epigrafico di S. Valentino costituisce la più organica ed interessante documentazione relativa alla presenza di comunità cristiane in Umbria. Presso la basilica fu rinvenuto anche il grande sarcofago con raffigurazioni del nuovo e del vecchio Testamento, ora conservato a palazzo Carrara»[50]. Per lungo tempo la zona fu teatro delle battaglie fra Terni e Narni, tanto che fu costruito un fosso di protezione intorno alla basilica. Il 16 maggio 1255, la vicenda venne risolta dall'intervento di papa Alessandro IV. Nel 1605, per volere del vescovo Giovanni Antonio Onorati, fu esumato il corpo di S. Valentino, la basilica fu restaurata e meglio ornata e furono chiamati, a custodia della chiesa e delle sante reliquie i Carmelitani Scalzi e, per questi, fu decisa la costruzione di un convento adiacente alla chiesa stessa. Il corpo del santo fu risistemato nella basilica nel 1618 a lavori ultimati. Nel 1625 l'arciduca Leopoldo d'Austria visitò la basilica a cui donò un nuovo altare maggiore in marmo che fu ultimato nel 1632 e s'impegnò a rendere alla basilica una parte del cranio del santo che, alcuni secoli prima, era stata donata ad un suo antenato. Nel 1810, durante l'invasione, i francesi espulsero i frati che vi fecero ritorno solo nel 1815 una volta restaurato il governo pontificio, ma dopo il 1861, con la soppressione dell'ordine, furono definitivamente cacciati. «Il convento, in parte destinato ad uso abitativo, in parte a scuola, è stato completamente trasformato e allo stato attuale risulta quasi illeggibile nelle sue vicende edilizie»[51]

 

 

I.2.2.3 – Santa Maria delle Grazie: Minori Osservanti.

 

Ex libris:

1) Ms.: Pertinet ad bibliothecam Sanctae Mariae Gratiarum, Interamnae.

«Dopo la morte di S. Bernardino da Siena, nel bosco presso la fonte denominata Pan Perduto, per interessamento di fra Fortunato Coppoli, che sollecitò la concessione papale da Sisto IV, sorse nel 1474 un cenobio francescano. L'attuale denominazione si diffuse in seguito ad alcuni avvenimenti miracolosi che si verificarono presso la fonte, che da allora venne chiamata Fonte delle Grazie»[52]. Sia la chiesa che il convento furono ultimati alla fine del XV secolo; la chiesa venne decorata con dipinti di Nicolò Alunno, di Giovanni Spagna e del Perugino, vi furono, inoltre, effigiati gli stemmi delle nobili famiglie ternane. Tra il XVI secolo ed i primi decenni del successivo la chiesa fu notevolmente trasformata arricchita di cappelle ed affreschi; presso il convento, nel 1657, fu aperto un lazzaretto. Dopo il terremoto del 1703, la chiesa fu restaurata e decorata con affreschi nelle volte.  Con l'occupazione francese il convento venne adibito ad ospedale militare (1798). Dopo l'Unità la chiesa fu spogliata di tutti i preziosi dipinti ed il complesso passò allo stato, il quale lo cedette al comune di Terni che trasformò in ospizio per cronici e mendicanti. Durante l'ultima guerra mondiale fu utilizzato come ospedale per poi essere adibito a casa di riposo per anziani, adattando, allo scopo, le strutture originarie con continue opere di rinnovamento ed ampliamento.

 

 

I.2.2.4 –  San Pietro in Trivio: Agostiniani.

 

Ex libris:

1) Ms.: Est conventus Sancti Petri Interamnae. 

L'attuale denominazione è da considerarsi una reminiscenza dell'antico nome: San Pietro Tizio. L'appellativo Tizio, a sua volta, starebbe a ricordare la vittoria degli Agostiniani su Tyrus, il mitico mostro, zoomorfizzazione popolare delle paludi che infestavano la valle ternana, oggi emblema della città. Sembra infatti «che le prime canalizzazioni di bonifica delle paludi siano opera degli Agostiniani del convento di San Zenone che in seguito si insediarono anche in San Pietro»[53]. Gli Agostiniani erano originariamente insediati presso Rocca San Zenone (TR) e solo nel 1254 ottennero la chiesa dei santi Siro e Bartolomeo e nel 1287 quella di San Pietro Tizio in Terni. Risale, invece, al 1315 l'inizio della costruzione del convento annesso alla chiesa. Nel 1694 furono eletti a custodi dell'archivio comunale, succedendo, in questo compito, ai francescani di San Francesco. Il complesso fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1703 e il successivo restauro ne modificò la struttura originaria. La chiesa fu nuovamente restaurata nel 1941 e dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale crollò l'intero tetto. Oggi il complesso è ben tenuto e nuovamente in restauro, l'edificio conventuale è sede di una scuola materna.

 

 

I.2.2.5 – Santissima Annunziata o Eremita di Cesi: Minori Osservanti.

 

Ex libris:

1) Ms.: Pertinet ad Conventum Sanctissimae Annuntiatae Heremitarum.

2) Ms.: Loci Heremitae.

Nel 1213 S. Francesco d'Assisi percorse tutta l'Umbria meridionale fondando nuovi conventi, giunto a Sangemini (TR), venne a sapere di uno sperduto romitorio benedettino, sito tra Cesi (TR) e Portaria (TR), «edificato intorno al secolo VIII in memoria dei santi Procolo e Volusiano, vescovi di Terni e di Carsulae (TR), che in una grotta di questa mirifica altura ebbero dimora»[54].  San Francesco raggiunse il luogo e lo trovò conforme alla sua volontà. Qui il santo ottenne una piccola chiesetta benedettina per interessamento del vescovo di Spoleto, e fabbricò una piccola casetta, o capanna, in legno per ripararsi dall'intemperie. Il santo dimorò molti giorni in santità e contemplazione, confortato dalla silente beltà del luogo e dalla presenza di un'immagine riproducente la Vergine Maria posta nell'oratorio benedettino. Proprio in onore della Madonna frate Francesco fece costruire una piccola chiesa, nella quale «'vestì dell'habito della sua Religione' il nobile e futuro beato, Pietro Cesi dal Poggio, il quale, con gli aiuti del fratello Andrea nel 1230, edificherà un umilissimo convento in muratura, in sostituzione del primitivo 'locus' di frasche e loto»[55] . Durante i soggiorni nell'Eremo di Cesi, san Francesco era solito ritirarsi nella Spelonca, in seguito chiamata di San Francesco, dove sembra che compose l'Exhortatio ad Laudem Dei, autentico abbozzo del più famoso Cantico di frate sole. Dopo la sua morte molti suoi compagni, delusi dalla distorta evoluzione dell'Ordine che proponeva un'interpretazione più elastica della Regola, si rifugiarono nell'Eremo di Cesi ed il convento diventò un importantissimo centro della più stretta e rigorosa spiritualità francescana: «dal 1213 al 1867, nell'amena solitudine di questo luogo, sempre rinverdì l'albero della religione minoritica»[56]. Nel XIV secolo, l'Eremita accolse i beati Giovanni della Valle, Gentile da Spoleto e quel Paoluccio Trinci da Foligno che proprio qui attuò la grande riforma detta degli Osservanti. Nel XV secolo il luogo fu lustrato dalla presenza di San Giacomo della Marca e di San Bernardino da Siena al quale si attribuisce l'ampliamento del Convento. Nel 1532 l'Eremita di Cesi passò ai Riformati, francescani decisi a rivivere, alla lettera, la Regola di frate Francesco. Nel 1700 il sacro convento venne dichiarato «Ritiro» cioè luogo designato all'osservanza più stretta della Regola: l'Eremo di Cesi continuava ad essere focolaio ardente della più alta spiritualità minoritica. Nel XIX secolo «i religiosi avevano appena riedificato sulla demolizione napoleonica, quando vennero investiti da una successiva tempesta demolitrice: la soppressione italica. Il 17 gennaio 1867, un drappello di autorità governative e demaniali salì l'erta del monte con l'ordine di evacuare il convento. Con maniere degne della più raffinata inciviltà l'ordine venne eseguito: i frati senza condizioni vennero cacciati dal sacro luogo»[57]. Orribile a dirsi, ma il convento venne adibito a rimessa di bestiami. Solo il 23 febbraio del 1991, dopo tanto girovagare, frate Bernardino Greco, partito dal convento di Montesanto in Todi (PG), ritrovò «tra autentiche gabbie di rami e spine»[58] parte dei ruderi dell'Eremo e da quel momento cominciò il restauro.  

 

 

I.2.2.6 – San Martino: Cappuccini.

 

Ex libris:

1) A stampa: vedi Fig. 2.

«La strada, che prosegue nel viale dello stadio, attraversa la zona detta contrada S. Martino in ricordo dell'omonimo convento dei Cappuccini. Il convento era stato eretto nel 1589 con l'annessa chiesa che conservava opere del pittore cappuccino fra Paolo (o Cosimo) Piazza, seguace del Cavaglier d'Arpino e era stata più tardi abbellita dal cardinal Francesco Angelo Rapaccioli che la riconsacrò nel 1648»[59]. L'intero complesso andò distrutto in seguito alla seconda guerra mondiale,  al suo posto, ma non sulla stessa area,  furono costruite una chiesa ed un'abitazione dove, per qualche tempo, abitarono alcune monache Carmelitane Scalze, oggi è adibita a scula media. All'angolo con via Rapisardi, vicino al nuovo complesso, una vecchia costruzione reca una lapide che ricorda la riconsacrazione del 1648 e presenta alcuni elementi architettonici che forse appartennero all'antico convento. Verso gli anni cinquanta del XX secolo, nella zona, fu rinvenuta una vasta necropoli di età romana. 

 

 

I.2.2.7 – Fondo Giuseppe Bragazzi.

 

Ex libris:

1) A stampa: vedi Fig. 3.

Solamente Inc. 102, contenente due edizioni di Seneca, proviene dal fondo privato di Giuseppe Bragazzi, nato a Foligno (PG) nel 1808, avvocato con spiccati interessi letterari. Uomo di grande cultura scrisse opere, altre ne tradusse in italiano, opuscoli, trattati di filosofia e di morale. Fu attivo nel cercare di rendere quanti più servigi poteva alla sua Foligno, di cui ne scrisse anche una storia disprezzata dai suoi contemporanei, fu grazie alle sue fatiche che venne aperta la Cassa di Risparmio. Il Bragazzi fu un liberale che considerava il pensiero moderno diviso in due parti: con Dio, o contro di Dio. Concezione che si ritrova nel suo scritto I sogni di un credente, libro denso di pensieri, concetti e progetti. Fu un valente filologo lodato da Antonio Rosmini e Vitale Rosi. Non appena mutò, però, l'ordinamento politico del paese, Bragazzi ebbe l'ostracismo da tutti i pubblici uffici; egli che non cospirò, ma sostenne con decoro l'ingiusto abbandono e le sventure della vita, morì nella miseria, vittima della sua stessa onestà e delle sue idee. Morì tra le privazioni e le sofferenze il 15 giugno 1884. Egli possedeva una nutrita e preziosa biblioteca, parte della quale fu, appunto, donata alla BCT. Probabilmente fu un suo erede a compiere la donazione e, da come la città natale aveva accolto l'illustre cittadino, non sorprende affatto che questa fu devoluta alla biblioteca Comunale di Terni. Si tratta solo di un ipotesi, il fondo, nella sua interezza, non è per niente studiato, ma attualmente è stata cominciata una ricerca interna nella BCT, che dovrebbe svelare la consistenza del fondo ed altri eventuali incognite, tra cui il momento dell'entrata nella BCT. Il volume Inc. 102 è segnalato solo nel catalogo Manfren del 1930 ca., quindi è possibile, comunque, credere che l’intero fondo sia entrato nella BCT prima di quella data.

 

 

I.2.3 – Valutazioni.         

 

L'analisi dei documenti fin qui considerati, ci ha permesso, dunque, di ricostruire storicamente il fondo degli incunaboli della BCT e di poter constatare che una percentuale vicina al 19 % sul totale degli esemplari del fondo risulta scomparsa. Percentuale che nella realtà andrebbe corretta sicuramente in eccesso, per tutti i buoni motivi fin qui elencati. L'impressione è che il numero degli esemplari entrati originariamente nella BCT, fosse ben maggiore rispetto a quello da noi calcolato,  che si attesta, all'incirca, sulle 160 unità bibliografiche. Non possiamo, a questo punto, tacere sullo stato di conservazione del fondo, a questo proposito si rimanda alla visione della Tavola riepilogativa II, dove, anche se in maniera alquanto sintetica, si offre una visione generale dello stato di salute degli incunaboli e, conseguentemente, anche alla visione delle apposite sezioni nelle schede catalografiche. La situazione non è drammatica, ma almeno 17 volumi necessitano assolutamente di un intervento di restauro ed altri avrebbero bisogno, quantomeno, di controlli più approfonditi. L'argomento consiglia la massima cautela ed invita ad intervenire con responsabile sollecitudine. Infine, prima di concentrarci sul catalogo degli incunaboli vero e proprio, vogliamo concludere questa prima parte, dedicata soprattutto alla storia del fondo, con delle valutazioni sul pregio e la rarità di alcune edizioni. Lo Scaccia Scarafoni fu il primo a fornire indicazioni del genere nella premessa al suo catalogo[60], premessa che fu pubblicata anche separatamente dal catalogo stesso e con diverso titolo sulla Rassegna del comune di Terni[61] sempre nel 1935. Il catalogatore si soffermava, in particolare, sull'attuale Inc. 93 (Sch. 45) che risulta, ancor oggi, l'unica copia conservata al mondo della propria edizione. Fu proprio lo Scaccia Scarafoni il primo a rendersi conto della rarità dell'esemplare, non trovando riscontri nei repertori bibliografici ed in particolare sul GW. Per altri particolari su questo esemplare si rimanda alla sezione Altre informazioni della  scheda corrispondente del catalogo. Lo Scaccia Scarafoni aveva, inoltre, notato l'Inc. 54, volume che raccoglie ben nove esemplari. Il primo di questi, il Rubricae pro officio divino celebrando, 16 Ianuarii 1435 publicatae (Sch. 46), risulta essere una delle sole quattro copie rimaste al mondo dell'edizione, in Italia ne è conservata solo un'altra presso la biblioteca Vaticana, le altre due sono, invece, possedute dalla Bibliotheque National di Parigi. Bisogna però notare, a proposito di questa edizione, che la descrizione fornita dal GW (veramente molto sintetica visto che il repertorio riporta solamente incipit e colophon, esattamente come H) non corrisponde alla nostra! Infatti sia l’incipit che il colophon non corrispondono perfettamente. La nostra descrizione, invece, corrisponde a quella fornita dall’Accurti (Accurti 2, p. 118) che descrive l’esemplare posseduto dalla Vaticana. Perciò, ci viene da pensare, che il GW e l’H abbiano descritto uno dei due esemplari conservati a Parigi che, quindi, potrebbero essere considerati delle varianti. «Il secondo opuscolo della stessa miscellanea, è il Modus confitendi del benedettino portoghese Andreas de Escobar [...]. Questo esemplare di Terni, unico che risulti posseduto in Italia, si aggiunge agli altri due soli esemplari ricordati dal Gesamtkatalog esistenti a Darmstad e a Zurigo.»[62]. Anche il terzo esemplare di Inc. 54 risulta estremamente raro, anch'esso rimane in triplice copia al mondo ed unico conservato in Italia. Altre edizioni molto pregevoli e particolarmente rare risultano oggi scomparse,  in particolare risultano perdute quasi tutte quelle che trattano di astronomia e che risultano anche pregevolmente illustrate (si veda per esempio Sch. 5 o Sch. 115) ed inoltre risulta scomparsa anche l'edizione di Perotto Niccolò, Rudimenta grammatices, edita da Konrad Swenynheym e da Arnold Pannartz (Sch. 107) che non risulta posseduta da biblioteche italiane (l'indicazione della presenza di quest'edizione a Terni ci proviene dallo Sconocchia e, quindi, non può essere considerata perfettamente sicura). Indipendentemente da questi esemplari più rari rispetto agli altri, rimane, comunque ovvio, che ogni incunabolo[63] presenta un valore culturale straordinariamente elevato e, quindi, merita uguale attenzione e considerazione nonchè tutela. E' questo uno dei motivi che ci ha guidato nella realizzazione di questo catalogo, che tende a descrivere ed approfondire la conoscenza di questi particolari esemplari.                          

    

Inizio documento

 

 

  

 



[1] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine della Biblioteca Comunale di Terni, Roma, Vecchiarelli editore, [1994] , p. XII.

[2] Ivi, p. XIII.

[3] Terni, Roma, Edindustria, 1984, (L'Umbria: manuali per il territorio),  p. 192.

[4] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine..., cit., p. XII.

[5] Ivi, p. XVIII.

[6] Ivi, p. XVI.

[7] Alcuni cenni storici sui conventi di provenienza degli incunaboli, saranno forniti nel paragrafo I.2.2, in cui tratteremo delle provenienze degli esemplari.

[8] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine..., cit. p. XVI.

[9] Ivi, p. XIX.

[10] «L'Unione liberale», anno I, (1880), n. 9.

[11] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine..., cit.,  p. XXI.

[12] Ivi.

[13] Ivi, p. XXII.

[14] Ivi.

[15] Ivi, p. XX.

[16] Ettore Sconocchia, Gli incunaboli della Biblioteca Comunale di Terni in «L'Unione liberale», anno IX, (1888),  n. 17-28.

[17] Ivi, n. 17.

[18] Anticipando un chiarimento terminologico, facciamo notare che in questo lavoro il termine esemplare è usato come sinonimo di 'singola unità bibliografica'.

[19] Ettore Sconocchia, Gli incunaboli..., cit., n. 17. 

[20] Archivio Storico Comunale, II, n. 721, posizione 1889, titolo 3. 

[21] Ivi.

[22] Ivi.

[23] In realtà si può supporre che i cinque esemplari siano stati venduti prima del 1884, anno in cui prese servizio lo Sconocchia, il quale sembra all'oscuro della vicenda.

[24] Archivio Storico Comunale, II, n. 721, posizione 1889, titolo 3.

[25] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine..., cit., p. XXVI. 

[26] Cataloghi delle biblioteche italiane, in «Accademie e Biblioteche d'Italia», anno V, (1932), n. 5, p. 425.

[27] Archivio del Protocollo della BCT, 12 dicembre 1932.

[28] Ivi

[29] In realtà in questo luogo si potrebbero condurre ulteriori ricerche. Infatti il documento non risulta presente nella posizione indicata nell'intestazione del documento in nostro possesso, ma potrebbe essere stato soggetto a nuova ricollocazione. In tal caso, però, la nostra ricerca si sarebbe potuta protrarre troppo a lungo risultando, quindi, antieconomica se consideriamo anche il valore che il documento avrebbe potuto rivestire per la nostra ricostruzione. 

[30] Cataloghi delle biblioteche italiane, cit.

[31] Archivio del Protocollo della BCT, 5 novembre 1932.

[32] Si tratta solamente di una nostra supposizione non confermata da altre fonti.

[33] Archivio del Protocollo della BCT, 5 novembre 1932.

[34] Cataloghi delle biblioteche italiane, cit.

[35] Si veda a tal proposito la Tabella riepilogativa III.

[36] Archivio del Protocollo della BCT, 9 ottobre 1930.

[37] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunaboli della biblioteca comunale di Terni, in «Accademie e biblioteche d'Italia», anno IX, (1935),  n. 6,  p. 1.

[38] Ivi.

[39] In questo caso, però, si potrebbe supporre che l'edizione in questione fosse scomparsa ancor prima che lo Scaccia Scarafoni avesse avuto la possibilità di visionarla. La presenza di questa in IGI pone anche un'altro interrogativo: sarebbe infatti da credere che sia stato lo Scaccia Scarafoni a rendere le informazioni relative alla BCT per la compilazione dell'Indice generale degli incunaboli,  ma la questione appena descritta farebbe pensare che così non sia stato e che l'IGI sia stato compilato in base alle informazioni del Manfren e quindi di quel catalogo realizzato dalla stessa Soprintendenza. In caso contrario, cioè se le indicazioni fossero state fornite proprio dallo Scaccia Scarafoni (e che rimane l'ipotesi più plausibile), credendo alla sua buona fede, dovremmo concludere che egli abbia dimenticato d'inserire l'edizione in questione nel suo catalogo. 

[40] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine... , cit., p. XXIX.

[41] Gli incunaboli da Inc. 1 ad Inc. 18, sono sistemati nel palchetto in basso nella parte sinistra dello scaffale, mentre nel palchetto superiore sono sistemati quelli da Inc. 19 ad Inc. 42. Nella parte destra sono conservati, sul palchetto superiore gli incunaboli da Inc. 43 ad Inc. 64, nel palchetto centrale da Inc. 65 ad Inc. 89, in quello inferiore da Inc. 90 ad Inc. 105.

[42] Dalla scrittura alla stampa attraverso i documenti della biblioteca Comunale: catalogo della mostra allestita in palazzo Carrara dal 18 dicembre 1986 al 28 febbraio 1987, [Terni], [Arti grafiche Celori], [1986].

[43] La ricostruzione del fondo, lo ripetiamo, è basata sullo studio dei tre cataloghi antichi a noi pervenuti e sull'analisi degli altri documenti d'archivio già citati, nonchè su elementi rilevati direttamente dagli esemplari. La ricostruzione, quindi, parte dal 1888, anno di pubblicazione del catalogo dello Sconocchia,  all'indomani della stessa apertura al pubblico della BCT e si protrae fino ai nostri giorni.

[44] Il numero dei volumi non può essere calcolato con esattezza perché alcuni esemplari scomparsi potrebbero essere stati rilegati insieme. Se il Manfren e lo Scaccia Scarafoni ci hanno lasciato simili informazioni lo stesso non si può dire per lo Sconocchia. Dal catalogo di quest'ultimo abbiamo notizia di 11 esemplari scomparsi: non sapendo se qualcuno di questi fosse o meno rilegato insieme ad altri possiamo ritenere che il numero dei volumi fosse, comunque, compreso tra le 119/120 e 125 unità.

[45] Dal catalogo Sconocchia al catalogo delle Opere rare e preziose del Manfren.

[46] Sempre ricordando l'esclusione di Inc. 105 dall'ISTC che infatti contempla 104 edizioni, anziché 105,  presenti nella BCT. 

[47] Maria Chiara Leonori, Le cinquecentine..., cit. p. XXXVIII. La Leonori ci fornisce solo il numero delle cinquecentine presenti nel fondo Bragazzi senza, però, aggiungere nessun'altra informazione sulla collezione Bragazzi, a testimoniare la totale mancanza d'informazioni sia sul personaggio che sul fondo.

[48] Terni, cit.,  p. 111.

[49] Ivi, p. 474.

[50] Ivi, p. 475.

[51] Ivi, p. 480.

[52] Ivi, p. 468.

[53] Ivi, p. 220.

[54] L'Eremita degli Arnolfi, comunemente detto Eremo di Cesi o di Portaria: la sua storia. a cura degli Amici dell'Eremita di Cesi, 02/09/2003, ore 10:30, <http://www.medianetgroup.it/eremo/lasua.htm>.

[55] Ivi.

[56] Ivi.

[57] Ivi.

[58] Ivi.

[59] Terni, cit., p. 513.

[60] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunaboli...., cit.

[61] Camillo Scaccia Scarafoni: Preziose rarità  fra gli Incunaboli della Biblioteca Comunale, in  «Rassegna del comune di Terni», [Tipografia Alterocca], gennaio / febbraio1935, n.1/2.

[62] Camillo Scaccia Scarafoni, Gli incunaboli..., cit. p. 3. L'informazione riportata dallo Scaccia Scarafoni è ancor oggi confermata dall'ISTC.

[63] E più in generale ogni libro antico.